mercoledì 27 luglio 2016

Gjergj Kastrioti Skënderbeu

Gjergj Kastrioti Skënderbeu

“Io ho lasciato la falsa fede di Maometto e sono tornato alla vera fede Cristiana”


Io ho lasciato la falsa fede di Maometto e sono ritornato alla vera fede Cristiana”. Così scriveva il Giorgio Castriota Scanderbeg in una nota a Murad, Principe dei Turchi




Icona del nostro principe romano-cristiano-ortodosso Giorgio Castriota Scanderbegh













BREVE BIOGRAFIA DI Gjergj Kastrioti Skënderbeu (1)


« Non fui io a portarvi la libertà, ma la trovai qui, in mezzo a voi! » (2)

Icona del principe epirota-romano-ortodosso Scanderbegh
Giorgio Castriota Scanderbeg (albanese: Gjergj Kastrioti Skënderbeu; Dibra, 6 maggio 1405 – Alessio, 17 gennaio 1468) unì le tribù dell'Epiro e dell'Albania, e resistette per 25 anni ai tentativi di conquista dell'Impero Ottomano; per tale motivo è considerato l'eroe nazionale dell'Albania.

Icona del principe epirota-romano-ortodosso Scanderbegh
















Giovinezza: Tra la fine del XIV secolo e i primi decenni del XV secolo l'Albania fu occupata dalle forze ottomane le quali dovettero subito reprimere le rivolte dei principi albanesi. Giovanni Castriota principe di Croia, e padre di Giorgio Castriota Scanderbeg, fu proprio uno dei signori ribelli all'occupazione ottomana contro cui il sultano Murad II, infierì più pesantemente poiché Giovanni era uno tra i più indomiti e potenti nobiluomini albanesi. Inoltre prese i suoi quattro figli maschi Stanisha, Reposhi, Costantino e Giorgio come ostaggi conducendoli alla corte di Adrianopoli. Due di loro morirono, probabilmente uccisi, uno si fece monaco, mentre il quarto, Giorgio, combatté per i Turchi.
     Alla corte del sultano, Giorgio Kastriota si distinse per capacità ed intelligenza, parlava perfettamente il turco, l'arabo, il greco, l'italiano, il bulgaro e il serbo-croato, oltre all'albanese, divenne esperto nell'uso delle armi nonché di strategia militare, guadagnò a tal punto la stima e la fiducia del sultano, che gli diede un nome islamico: Iskënder Bej (principe Alessandro forse alludendo al macedone Alessandro Magno), che gli Albanesi nazionalizzarono in Skënderbej.
     Ritorno in Albania: Dopo una serie di imprese militari portate a termine, brillantemente, nell'interesse dei turchi, la fama del giovane Castriota giunse in Albania e si iniziò a sperare in un suo ritorno in patria. Emissari della sua famiglia lo raggiunsero di nascosto nel quartiere generale del sultano e lo informarono della drammatica situazione degli Albanesi, senza tuttavia ottenere risultati. Il 28 novembre 1443, il sultano diede incarico a Skanderbeg di affrontare una coalizione di eserciti cristiani a maggioranza ungherese guidati dal signore di Transilvania, János Hunyadi ("Il Cavaliere bianco") per riprendersi la Serbia, che il nobile valacco aveva liberato dall'oppressione ottomana. Skanderbeg, influenzato dalle suppliche della sua gente disattese gli ordini del sultano non intervenendo nello scontro, favorendo per giunta una colossale sconfitta turca. Egli, assieme ad altri suoi 300 fedelissimi albanesi, che lottavano per i turchi, decise di combattere per la causa nazionale albanese e con il suo gruppo di soldati si riprese il castello di Krujë, radunò i nobili e diede inizio al grande riscatto del suo popolo. In rapidissima successione, conquistò tutte le fortezze tenute dai mussulmani.
     Skanderbeg, conquistata la fortezza di Kruje, si auto-proclamò vendicatore della propria famiglia e del poprio paese pronunciando queste famose parole: Non fui io a portarvi la libertà, ma la trovai qui, in mezzo a voi.
     Guerra contro i Turchi: Il 2 marzo 1444, nella cattedrale veneziana di San Nicola ad Alessio, Scanderbeg organizzò un grande convegno con la maggior parte dei principi albanesi, e con la partecipazione del rappresentante della Repubblica di Venezia; qui egli fu proclamato all'unanimità come guida della nazione albanese. Intanto il sultano Murad II, furioso per il tradimento del suo protetto, inviò contro gli albanesi, un potente esercito guidato da Alì Pascià alla testa di 100.000 uomini. Lo scontro con le forze di Skanderbeg, notevolmente inferiori, avvenne il 29 giugno 1444, a Torvjoll. I turchi riportarono una cocente sconfitta. Il successo di Skanderbeg ebbe vasta risonanza oltre il confine albanese, arrivò fino alle orecchie di Papa Eugenio IV il quale ipotizzò addirittura una nuova crociata contro l'Islam guidata da Skanderbeg.
     L'esito dello scontro rese ancora più furibondo il sultano, che ordinò a Firuz Pascià di distruggere Scanderbeg e gli Albanesi e così il comandante ottomano partì alla testa di ben 15.000 cavalieri. Il Castriota lo attese alle gole di Prizren il 10 ottobre 1445 e ancora una volta ne uscì vincitore. Le gesta di Scanderbeg risuonavano per tutto l'occidente, delegazioni del papa e di Alfonso d'Aragona giunsero in Albania per celebrare la straordinaria impresa. Skanderbeg si guadagnò i titoli di "difensore impavido della civiltà occidentale" e "atleta di Cristo".
     Ma Murad II non si rassegnava. Allora dispose agli ordini di Mustafà Pascià due eserciti per un complessivo di 25.000 uomini, di cui metà cavalieri, che si scontrarono con gli Albanesi il 27 settembre 1446: l'esito fu disastroso, si salvarono solo pochi turchi e a stento Mustafà Pascià. Le imprese di Scanderbeg, tuttavia, preoccupavano i veneziani, che vedendo in pericolo i traffici nel frattempo stabiliti con i Turchi, si allearono con il sultano per contrastare il Castriota. La battaglia del 3 luglio 1448 vide la sconfitta dei veneziani, che si vendicarono radendo al suolo la fortezza di Balsha.
     Nel giugno del 1450, Murad II in persona intervenì contro l'Albania alla testa di 150.000 soldati, assediando il castello di Kruje. I Turchi persero metà dell'esercito e il comandante Firuz Pascià venne ucciso da Skanderbeg. Ma, anche se le straordinarie vittorie avevano inferto profonde ferite alle forze e all'orgoglio turco, avevano pure indebolito le forze albanesi e il Castriota, ben cosciente dei propri limiti, decise di chiedere aiuto ad Alfonso d'Aragona, che si rese disponibile riconoscendo a Skanderbeg il merito di essersi fatto carico di una durissima lotta contro i Turchi, che assai inquietavano la Corona napoletana.
     Maometto II, successore di Murad, si rese conto delle gravi conseguenze, che l'alleanza degli albanesi con il Regno di Napoli poteva far nascere, decise quindi di mandare due armate contro l'Albania; una comandata da Hamza-bey, l'altra da Dalip Pascià. Nel luglio del 1452 le due armate furono annientate e mentre Hamza-bey fu catturato, Dalip Pascià morì in battaglia.
     Altre incursioni turche si tramutarono in sconfitte, Skopje il 22 aprile del 1453, Oranik nel 1456, il 7 settembre 1457 nella valle del fiume Mati. Infine, nel corso del 1458 in una serie di scontri scaturiti da offensive portate questa volta da Skanderbeg, altre tre armate turche furono sbaragliate.
     La fama di Skanderbeg fu incontenibile, anche per il fatto che i suoi uomini a disposizione non erano mai più di 20000, ed al sultano turco non rimase altro che chiedere di trattare la pace, ma il Castriota non ne volle sapere e continuò la sua battaglia.
     Nel 1459 si recò in Italia per aiutare Ferdinando I, re di Napoli, figlio del suo amico e protettore Alfonso d'Aragona nella lotta contro il rivale Giovanni d'Angiò e del suo esercito.
     Intanto, altre due armate turche comandate da Hussein-bey e Sinan-bey, nel febbraio del 1462, mossero contro gli albanesi costringendo Skanderbeg a rientrare in tutta fretta nella sua patria, per guidare il suo esercito. Ci fu una furiosa battaglia presso Skopjë che vide i turchi annientati e il sogno di Maometto II, di far giungere il potere musulmano fino a Roma infrangersi. La decisione finale fu un trattato di pace firmato il 27 aprile 1463 tra Maometto II ed il Castriota.
     Ferdinando I nel 1464, in segno di riconoscimento per l'aiuto ricevuto da Skanderbeg, concesse al signore albanese i feudi di Monte Sant'Angelo, Trani e San Giovanni Rotondo. Intanto, la morte di papa Pio II ad Ancona, il 14 agosto 1464, determinò il fallimento della grande crociata che il Pontefice aveva in mente e che teneva in grande apprensione il sultano. Quest'ultimo, nel settembre del 1464, incaricò Sceremet-bey di muovere contro gli albanesi, ma i turchi furono nuovamente sconfitti. Il figlio di Sceremet-bey fu catturato e rilasciato a fronte di un grosso riscatto.
     L'anno dopo, scongiurato il pericolo della crociata, il Sultano intravide la possibilità di farla finita con il Castriota, mise insieme un poderoso esercito affidandolo ad un traditore albanese, il quale era stato cresciuto allo stesso modo di Scanderbeg, Ballaban Pascià. Ma anche quest'impresa fallì; l'esercito turco in prossimità di Ocrida, fu messo in fuga dalle forze albanesi.
   Ancora una volta, nella primavera del 1466, riunì forze imponenti, mosse contro gli albanesi e cinse d'assedio Krujë; una serie di scontri furiosi, nel corso dei quali Ballaban Pascià fu ucciso, portarono Scanderbeg ad un'ennesima e straordinaria vittoria. Maometto II ostinatissimo nella sua lotta contro il Castriota, riorganizzò il suo esercito e, nell'estate del 1467, pose di nuovo l'assedio a Krujë, ma, dopo innumerevoli tentativi, dovette rassegnarsi a sgombrare il campo. Nonostante i successi in imprese, alcune delle quali, assolutamente straordinarie, Skanderbeg si rese conto che resistere alla pressione turca diventava sempre più difficile. La stessa preoccupazione convinse il doge di Venezia ad inviare Francesco Capello Grimani da Skanderbeg per organizzare una difesa comune, ma l'ambasciatore veneziano non poté portare a termine l'incarico perché Skanderbeg morì di malaria, ad Alessio, il 17 gennaio 1468. Kruja, l'eroica cittadina, cadde nelle mani turche dieci anni dopo la sua morte.  
     Erede di Giorgio Castriota fu Giovanni, il figlio avuto dalla moglie Marina Donica Arianiti. Giovanni (a quel tempo era ancora un fanciullo) si rifugiò con la madre a Napoli, dove fu ospitato affettuosamente da Ferdinando d'Aragona, figlio d'Alfonso. Nel 1481, Giovanni Castriota radunò alcuni fedelissimi e sbarcò a Durazzo, osannato dal popolo, ma non riuscì a portare a termine alcuna impresa poiché i turchi vanificarono immediatamente i tentativi del figlio di Skanderbeg.
     Discendenti: La famiglia Castriota Scanderbeg, alla morte di Giorgio (3), ottenne dalla corona aragonese il ducato di San Pietro in Galatina e la contea di Soleto (Lecce, Italia). Giovanni, figlio di Scanderbeg, sposò Irene Paleologo, ultima discendente della famiglia imperiale di Bisanzio. In virtù di tale imparentamento, i membri della famiglia Castriota Scanderbeg oggi rappresentano gli unici discendenti diretti degli ultimi imperatori di Costantinopoli. (4)
     Attualmente esistono due linee della famiglia Castriota Scanderbeg d’Albania, una delle quali discende da Pardo e l’altra da Achille, entrambi figli naturali del Duca Ferrante, figlio di Giovanni e nipote di Scanderbeg. Entrambe sono parte da secoli della nobiltà italiana e membri del Sovrano Militare Ordine di Malta con prove di giustizia. (5). L’unica figlia legittima del Duca Ferrante, Erina, nata da Adriana Acquaviva, ereditò lo Stato paterno, portando il ducato di Galatina e la contea di Soleto nella famiglia Sanseverino dopo il suo matrimonio con il principe Pietrantonio Sanseverino.
     Oltre a questi due rami (uno risiede a Lecce, a Ruffano , a Bari e a Foggia, l'altro ha dimora a Napoli) di comprovata appartenenza al casato dell'eroe nazionale albanese, ci sono stati tentativi da parte di alcuni di accreditarsi quali discendenti di Scanderbeg, pur senza alcun titolo abilitante o documento fidefacente.

Curiosità  

* Narra una leggenda che Scanderbeg sul punto di morte ordinasse al figlio di sottrarsi dalla vendetta turca fuggendo in Italia; gli disse inoltre che appena fosse sbarcato sulla spiaggia avrebbe trovato un albero presso cui legare il suo cavallo e la sua spada e per sempre quando avesse soffiato il vento i turchi avrebbero sentito la spada di Skanderbeg volteggiare nuovamente nell'aria e il suo cavallo nitrire e, per paura, non lo avrebbero seguito.
* Durante gli anni in cui i turchi provavano a conquistare l'impero di Skanderbeg, la strada che portava a Kruje, fu chiamata “jezitjoll”, cioè la via del diavolo.
* Un partecipante alla spedizione contro l’Albania disse “il loro guerriero più debole è paragonabile al più forte dei nostri guerrieri turchi”.
* Il palazzo a Roma dove risiedette Skanderbeg negli anni 1465-6 porta ancora il suo nome, sebbene non offra purtroppo testimonianze delle sue gesta, ma ospiti oggi il "Museo Nazionale delle Paste Alimentari". Nella città è anche presente una statua a lui dedicata.
* Gli è dedicata la piazza principale di Tirana.
* Il Palazzo Castriota o Palazzo del Tufo, ubicato a Napoli, è uno dei principali palazzi monumentali della Città. Si trova in via Santa Maria di Costantinopoli e costituisce un bell'esempio di architettura rinascimentale e barocca. L'edificio, che appartenne ai Castriota de Scanderbeg, presenta una facciata ornata mediante un semplice parametro in mattoni con alto basamento sul quale si apre il portale a conci alterni in marmo.
* A Rochester Hills, Michigan, presso St. Paul Albanian Parish è stato eretto il primo monumento a lui dedicato degli Stati Uniti.
* In Umbria, presso il Castello di Castelleone, un'antica fortezza feudale di origini medioevali nei pressi di Deruta (Perugia), è presente una statua equestre a dimensioni naturali di Giorgio Castriota Scanderbeg. La grande scultura è posizionata sulla cima della cosiddetta Torre Longobarda del castello, risalente al XII sec.
* Il 22 giugno 1718 il compositore Antonio Vivaldi mise in scena al Teatro della Pergola di Firenze il dramma Scanderbeg su libretto di Antonio Salvi.
* All'eroe nazionale dell'Albania e alla sua epopea sono riferite decine di leggende e tradizioni locali, e dedicate numerose opere di narrativa: tra queste meritano di essere ricordati il George Kastioti Scanderbeg del 1962 di Naim Frasheri, considerato il fondatore della letteratura nazionale albanese, il romanzo Kështjella (I Tamburi della Pioggia, lett. La Fortezza) del 1970, del più noto scrittore contemporaneo albanese, Ismail Kadarè. La presenza di Scanderbeg in Italia è stata raccontata nel romanzo storico Skanderbeg-La campagna d'Italia di Alban Kraja.
* Dopo la prima guerra mondiale il vescovo ortodosso Fan Stilian Noli, filosofo, storico e scrittore albanese, pubblicò nel 1921 l’opera Istorinë e Skënderbeut (La storia di Skanderbeg), riscuotendo ben presto una straordinaria popolarità, al punto d'essere quasi imparata a memoria da tutti gli studenti delle scuole dell’Albania libera. Dopo la seconda guerra mondiale pubblicò un altro libro sulla storia di Castriota in lingua inglese, un’analisi scientifica e critica delle opere di tutti i precedenti autori che avevano scritto la biografia dello Scanderbeg. In questo lavoro del 1947 Noli cercò di distinguere i fatti storici dalle leggende e dai pregiudizi, interpretando e ponendo Castriota allo stesso livello di un comandante di guerriglia dei tempi più moderni.
* il Consiglio di Stato della Repubblica italiana negli anni novanta del secolo scorso ha ospitato nelle sue sezioni giurisdizionali due discendenti delle due famiglie: Giovanni Paleologo e Giulio Castriota
Scandenberg.
* Nel XVI secolo una discendente dello Scanderberg ha sposato l'architetto e ingegnere urbinate Iacopo Fusti (1510-1562), quest'ultimo ha aggiunto, dopo il matrimonio, il cognome Castriota in onore del celebre avo della consorte.
* Sull’eroe epirota è stato fatto anche un film del 1951 opera del regista russo Sergei Yutkevich. Presentato al Festival del cinema di Cannes nel 1951 Sergei yutkevich vinse il titolo come miglior regista.

Bibliografia.

F. S. Noli, Storia di Skanderbeg, re d’Albania, traduzione italiana di Francesco Argondizza, Roma, 1924;
F. S. Noli, George Castrioti Scanderbeg (1405-1468), New York – 1947;
F. S. Noli, Historia e Skénderbeut, Boston, 1950.

NOTE

(1) Breve biografia dello Scanderbegh- tratta dal sito www.makj.jimdo.com;
(2) Scanderbeg a Dibra, appena tornato in Albania
(3) Edward Gibbon, 1788, History of the Decline and Fall of the Roman Empire, Volume 6, Scanderbeg section;
(4) Steven Runciman, 1990, The fall of Costantinople 1453, Cambridge University Press;
(5) Archivio del Gran Priorato di Napoli e Sicilia del Sovrano Militare Ordine di Malta, Napoli.
Fonte: http://katundetarbereshe.jimdo.com/













martedì 7 giugno 2016

PARCO DELLA MEMORIA LETTERARIA ITALO-ALBANESE


PARCO DELLA MEMORIA LETTERARIA ITALO-ALBANESE

GRECI -KATUNDI

1.  STORIA E TESTI LETTERARI






NOVITA’ EDITORIALI: Greci Civitas Memoranda vol. 1 2016
GRECI-KATUNDI CIVITAS MEMORANDA, STORIA RELIGIOSA
CALAMEO.COM
Greci-katundi profili religiosi, cultura italo-albanese, arbreshe
CALAMEO.COM

di GIOVANNI ORSOGNA 2016


Opera Scanderbeg Act 1.1 VIVALDI/VENERUCCI




L’Italia per il Centenario dell’Indipendenza albanese.
12/11/2012
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L’Italia si unisce ai festeggiamenti del Centenario dell’Indipendenza albanese con varie iniziative (3 novembre – 14 dicembre 2012)
Con la proiezione del film Anija – La nave degli albanesi di Roland Sejko lo scorso 3 novembre all’interno del Festival di Cinema Albanese si sono ufficialmente aperte le attività organizzate dall’Ambasciata d’Italia e dall’Istituto Italiano di Cultura di Tirana in occasione del Centenario dell’Indipendenza Albanese.
La partecipazione italiana alle celebrazioni del Centenario proseguirà con una serie di appuntamenti che avranno luogo durante la Fiera del Libro di Tirana (14 – 18 novembre), a cui l’Istituto Italiano di Cultura sarà presente con uno stand e con un ricco programma dal titolo
L’antica Arbëria per la nuova Albania: omaggio culturale degli Arbëreshë d’Italia al centenario dell’Indipendenza albanese

Il programma, ideato insieme ai Professori Francesco Altimari (Università della Calabria) e Matteo Mandalà (Università di Palermo), gode del patrocinio dell’Ambasciata d’Italia e del sostegno della Fondazione Solano e della Società Albacall. Di tutti gli importanti eventi previsti, si segnalano in particolare la presentazione di un numero monografico della rivista Il Veltro dedicato all’influenza delle relazioni con l’Italia sulla nascita della coscienza nazionale albanese e un convegno di studi dal titolo Gli Arbëreshë, il ruolo della stampa e la questione albanese in Italia tra Ottocento e Novecento, che avranno luogo sabato 17 novembre, dalle ore 16 alle 18. Inoltre lo scrittore arbëreshë Carmine Abate, vincitore della 50° edizione del prestigioso premio letterario Campiello con il romanzo La collina del vento, già tradotto in albanese dalla casa editrice Toena, presenterà in anteprima presso lo stand dell’Istituto di Cultura il libro Le stagioni di Hora, appena pubblicato in Italia come trilogia arbëreshe che comprende i romanzi Il ballo tondo (1991), 
La moto di Scanderbeg (1999) e Il mosaico del tempo grande (2006). La presentazione si terrà venerdì 16 novembre alle ore 11.
Preceduta da una “Introduzione all’Opera” con il noto musicologo Quirino Principe e con il compositore Francesco Venerucci presso lo stand dell’Istituto di Cultura alla Fiera del Libro nel pomeriggio, andrà in scena domenica 18 novembre, alle ore 19, al Teatro dell’Opera e del Balletto, la co-produzione italo-albanese Scanderbeg – Il cavaliere innamorato di Antonio Vivaldi. 
L’opera è un dramma per musica in due atti di Antonio Vivaldi su libretto di Antonio Salvi, rappresentato in occasione dell’apertura del Teatro della Pergola di Firenze nel 1718 e poi andato perduto. Il recupero dei frammenti della musica, la loro integrazione e la rielaborazione del libretto conservato integralmente si deve ad una ormai collaudata collaborazione fra Teatro dell’Opera e del Balletto di Tirana e Verona Accademia per l’Opera Italiana. Oltre ai Maestri Quirino Principe e Francesco Venerucci, partecipano da parte italiana a questa interessantissima operazione di recupero il M° Giorgio Brunello come co-direttore, Carlo Saletti (regia), Lino Privitera (coreografia), Lorena Marin (costumi), Giorgia Guerra (regia), Andrea La Cagnina (scenografia), Giancarlo Cauteruccio (multimedialità). 

L’opera, co-prodotta da Teatro dell’Opera e del Balletto, Verona Accademia per l’Opera e Istituto Italiano di Cultura, sarà replicata il 19 e il 20 novembre 2012.
Il 21 e 22 novembre, rispettivamente a Tirana, presso il Teatro Nazionale, e ad Elbasan nel quadro del festival Skampa, l’Istituto Italiano di Cultura presenterà lo spettacolo teatrale Italianesi, di e con Saverio La Ruina, che racconta la tragedia sconosciuta della prigionia degli italiani condannati come «nemici» dal regime comunista, del loro difficile rientro in Italia dopo 40 anni e della loro condanna di sentirsi senza identità, italiani in Albania e albanesi in Italia.
Il TIFF (Tirana International Film Festival) si aprirà e chiuderà all’insegna del cinema italiano: venerdì 23 novembre sarà proiettato in anteprima albanese, alla presenza del regista, il film-documentario La nave dolce di Daniele Vicari, presentato fuori concorso e premiato (Premio Francesco Pasinetti per il documentario) alla 69° edizione della Mostra del Cinema di Venezia e prodotto da Indigo Film e Apulia Film Commission, con Rai Cinema in coproduzione con Ska-ndal Production e in collaborazione con Telenorba. L’opera ricostruisce con immagini d'archivio e testimonianze dirette lo sbarco nel porto di Bari di ventimila profughi albanesi avvenuto l'8 agosto 1991 dalla nave Vlora, carica di 10 mila tonnellate di zucchero. Approdati sulla costa pugliese a migliaia, davanti allo sguardo attonito e incredulo di una nazione, la maggior parte degli immigrati viene rimpatriata, qualcuno riesce a restare. Sempre dall’ultima Mostra del Cinema di Venezia arriva il film È stato il figlio di Daniele Ciprì con cui, alla presenza del regista, si chiuderà il TIFF sabato 2 dicembre.
Dopo il sostegno all’importante concerto che l’Orchestra Giovanile Albanese terrà il 26 novembre 2012 al Teatro dell’Opera e del Balletto in collaborazione con la Scuola di Musica di Fiesole, sotto la direzione del M° Aldo Ceccato, l’Istituto Italiano di Cultura chiuderà le attività del 2012 con una Mostra di stampe fotografiche a cura della Società Geografica Italiana dal titolo Paesaggi d’Albania. Lo sguardo dei geografi e viaggiatori italiani nella prima metà del XX secolo, dall’Archivio della Società Geografica italiana. La mostra, allestita dal 7 al 14 dicembre 2012 presso il Museo Nazionale di Tirana, sarà arricchita dalla proiezione del documentario Albania, il paese di fronte, realizzato dal regista Roland Sejko nel 2009 utilizzando repertori storici del Luce e degli archivi albanesi. La mostra e il documentario, che ripercorre la storia dell’Albania e delle sue relazioni con l’Italia dalla proclamazione dell’Indipendenza al crollo del regime di Enver Hoxha, saranno successivamente presentato in varie città del Paese.

domenica 22 maggio 2016

A Grandi O quam tu pulchra es







Una splendida esecuzione del M.° Leonardo Antonio Di Chiara all'organo, soprano Tiziana De Vito.



Complimenti al nostro irpino M.° M.° Leonardo Antonio Di Chiara , originario di Greci.



O quam tu pulchra es. O quanto sei Bella (Maria) sec. XVI.

venerdì 20 maggio 2016

Greci- Katundi raccontata dalla Scuola Don Milani di Ariano Irpino

Greci - Katundi 



Leggiamo dal sito dell'Istituto Comprensivo D. Milano di Ariano Irpino, del quale fa parte la scuola infanzia, primaria e secondaria di Greci, ci complimentiamo delle valide ed efficaci attività e promozioni che da anni, Dirigente  Scolastico Porf. Marco De Prospo" ha realizzato per la valorizzazione della comunità educative e civile di Greci.

Voglio precisare che da fonti storiche attendibili, il rito greco-ortodosso, pur essendo avversato dalle autorità religiose, era ininfluente nell'enclave arianese, pertanto i Grecesi liberamente rinunciarono al rito e  accettarono di far parte del rito latino nel sec. XVII. (Cfr. Rodotà, Del rito greco-ortodosso d'Italia. Già nei sec. XVI e in poi i grecesi professarono fino alla libera rinuncia, (episcopato dell'Arcivescovo Orsini, poi Papa Benedetto XIII), condivideva il doppio rito ecumenico ante litteram, nella stessa chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo Apostolo, che esisteva nel Largo S. Bartolomeo.
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E’ un comune albanofono, unico paese alloglotto Arbereshe (= italo-albanese) di tutta la Regione Campania, che deve il nome ai suoi fondatori: i Greci. Greci è un caratteristico paese arroccato su un'alta collina; il suo territorio, vasto 32 kmq., conta circa 863 abitanti.Il centro storico è situato ad una altitudine di 824 metri sul livello del mare; il territorio, ricco d'acqua, a valle è lambito dal torrente Cervaro. Ha un aspetto originale ed un patrimonio architettonico ed urbanistico che, nonostante i terremoti del 1962 e del 1980, conserva diverse strutture monumentali, fregi e portali antichi in pietra. 
Nell'antico centro storico, in località “Breggo” (termine albanese che significa collinetta) si possono ancora notare le poche superstiti "Halive", abitazioni tipiche costruite da pietre unite fra loro con manate di creta e cemento con il tetto di travi, tavole e tegole. Queste abitazioni, sono ammassate a scala su di un pendio, ascendente verso la Chiesa Madre, e l'ingresso dell'abitazione superiore si eleva quasi a livello del tetto dell'abitazione inferiore. La Chiesa Madre, dedicata a S. Bartolomeo Apostolo ( Patrono di Greci), è in stile romanico ed a croce latina, della fine del 1600. 
Vi si custodiscono la statua della Madonna del Caroseno, giunta a Greci, secondo la leggenda, con i soldati albanesi di Skanderbeg ed una tela raffigurante Madonna con Santi attribuita a Guido RENI o ad allievi della sua scuola. Il Palazzo Municipale, del 1500, di proprietà della famiglia gentilizia dei Lusi, venne acquistato dalla collettività. In contrada Tre Fontane esistono ancora delle masserie, Istituto Comprensivo Statale “don Lorenzo Milani” “Piano dell’Offerta Formativa” 12 risalenti al 1600-1700, adibite certamente a stazione di posta sul "Tratturello Regio Camporeale di Ariano I.-Foggia", ramo di quel, più famoso, "Tratturo Regio PescasseroliCandela". 
Le località paesaggistiche del Monte Calvario, di Rovitello e del Breggo sono mete di passeggiate romantiche e suggestive. Il patrimonio custodito a livello orale fa della comunità grecese, insieme a quella di Faeto e Celle S. Vito (FG), una delle più importanti isole alloglotte della Puglia e della Campania. Le accomuna lo stesso destino ai fini della salvaguardia delle minoranze linguistiche. Gemellaggio con Campomarino, Campobasso. 
Il culto della Madonna del Caroseno, di S. Nicola di Bari e di S. Bartolomeo Apostolo collega con un filo d’oro la storia religiosa e civile di Greci a quella degli altri comuni albanofoni. Gli Albanesi che ripopolarono Greci erano cattolici di rito greco-ortodosso. Il rito greco si conserva ancora oggi nei Paesi albanofoni di Calabria e Sicilia (Eparchia di Lungro (CS) ed Eparchia di Piana degli Albanesi (PA)). 
A Greci, invece, l'Autorità, sia civile che religiosa, in una azione indiscriminata di forza e soprusi, riuscì nel corso degli anni a distruggere ed abolire il rito greco e tante, ma non tutte per fortuna, bellissime tradizioni orientali. Non ebbe, comunque, la forza di soffocare la lingua materna albanofona. Dopo il 1860, dalla provincia di Foggia, a seguito del riordino del nuovo Regno d'Italia, Greci passò a far parte della provincia di Avellino. 
Alla fine del secolo (1898), Greci contava 3863 abitanti scesi, nel 1920 a 3200 circa, oltre i quasi tremila grecesi emigrati nelle Americhe per motivi di lavoro.
 Nel censimento del 1931 gli abitanti di Greci erano 2756. L'ultimo censimento, effettuato nel 1991, ascriveva una popolazione di appena 1186 anime; al 1° gennaio 2000 contava una popolazione di soli 991 abitanti; nel 2007 gli abitanti sono scesi a 863. Ai fini della conservazione e della codificazione della lingua orale (arbereshe) di Greci l’I. C. “Calvario” porta avanti un progetto finanziato con i fondi

domenica 17 aprile 2016

DON TEODORICO BOSCIA RITORNA NELLA CHIESA PARROCCHIALE DI S. NICOLA DI BARI IN ORSARA

ORSARA DI PUGLIA(FG) E GRECI (AV).
Don Teodorico Boscia (1868-1951)
DON TEODORICO BOSCIA
RITORNA NELLA CHIESA PARROCCHIALE DI S. NICOLA DI BARI IN ORSARA
Quando la storia fa degli scherzi i ricorsi storici sono alquanto inevitabili. La cittadina di Orsara di Puglia col suo territorio che sovrasta la Puglia, granaio d'Italia, è tra le più singolari per la storia delle genti “contadine e laboriose”.
Un sacerdote” D. Teodorico Boscia (1868-1951), definito “prete contadino”, pioniere del riscatto dei poveri tra i più poveri: i contadini e le classi popolari del sud”; proveniente da una comunità arbreshe, dalle forti radici delle terra e all'avanguardia della difesa dei diritti e della libertà,discendente questa popolazione da Giorgio Kastriota Skanderbeg, difensore del Papa e della cristianità, contro l'imperialismo islamico di fine '400. Ebbe i natale, D. Teodorico in questa terra che ha sempre avuto orizzonti premonitori in difesa dei diritti delle genti e della libertà civile e religiosa.
Una croce quattrocentesca dagli influssi orientali, quasi che incrociano quelli orientali, ritrovata nelle periferia dei territorio grecesi-orsaresi, rappresenta un legame tra arte, fede incarnata da sacerdoti del calibro di Teodorico.
Greci-katundi nel donare alla Chiesa eccellenti figure di sacerdoti, anticipatori del riscatto popolare, tra questi ricordo: D. Luigi Lauda (ccoperatore salesiano), insieme a D. Giovanni De Maio e al nonno di D. Teodorico, occuparono già nel 1848 le terre del duca di Bovino, con 300 donne grecesi-montagutesi ed orsaresi, inondarono i territorio del duca di Bovino e della Torre Guevara, per cercare e difendere i diritti ad una vita dignitosa. Così vennero difesi da Pasquale Stanislao Mancini (1817-1888), avvocato, giurista insigne europeo.
I legami di parentela, per parte materna con d. Luigi Lauda, sacerdote e affiliato ai salesiani,permisero al giovane Teodorico, nato nel 1868, entrò nella famiglia dei salesiani di S. Giovanni Bosco. I legami con la terra natale non furono mai sciolti, quando poteva, il suo pensiero andava alla sua piccola ma generosa terra natale.

D. Teodorico Boscia e Greci

La famiglia di d. Teodorico era benestante: suo padre Don Emilio Michele Boscia un onesto e laborioso benestante, la madre Donna Angiolamaria Mariconda proveniva da un'agiata famiglia di Serino. Greci dandone i natali il 26 aprile 1868, ha impresso nel carattere fortezza, decisione, fede e caspacità di sporcarsi le mani per gli ultimi. La famiglia era numerosa: Emanuele n. il 9 giugno 1857, Nicolantonio n. il 22 agosto 1857, Enrichetta l'11 settembre 1863, da Teodorico Antonio e da Ermelinda, n. il 18 marzo 1872.

Il giovane Teodorico entrò nella famiglia di d. Bosco nel 1888, fece il noviziato a foglizzo Torino dal 4/9/1888 al 11/10 1889. Emise la professione perpetua a Torino nell'Istituto Valsalice l'11 ottobre 1889; compì gli studi di teologia a Torino, fu ordinato lettore accolito in questa città il 18/9/182.Fu ordinato diacono a Livorno il 17.3.1894, finalmente sacerdote il 19 maggio 1894.
Per gravi motivi familiari chiese ed ottenne la licenza di poter "uscire "ad tempus" dalla congregazione salesiana il 10 marzo 1898, ed ottenne la dispensa il 19 aprile 1898.
Insegnante di lettere nel pontificio seminario di Reggio Calabria, svolse con lodevole profitto la docenza, amato dai superiori e dagli studenti.
Nel 1894 su proposta del confratello grecese d. Lauda, veniva avanzata la richiesta  a Don Rua (oggi Beato) la fondazione di un istituto salesiano a Greci o in alternativa un istituto femminile delle Figlie di maria Ausiliatrice. 
Greci, in quel tempo, cittadina di ben 4.000 abitanti, dall'aria salubre, dall'acqua abbondante e freschissima, attraversata da strade rotabili per il commercio, era un crocevia tra Puglia e Campania.
Don Lauda così scriveva nella richiesta, sostenuta con energia dal Sindaco Vincenzo Lusi: "Quali poi ne sarebbero i vantaggi spirituali e materiali? Nobile fu certo fu l'intento del venerando D. bosco: quello ciòè di educare i giovanetti organi e benestanti" in un luogo posto tra le due provincie di Foggia e Avellino".

Il progetto  grecese non venne realizzato, forse la Provvidenza disponeva di altri itinerari  per D. Teodorico. Ecco che d. boscia venne ad Orsara per rimanervi fino alla morte come parroco per 47 anni. Fu lo stesso P. Rua in una lettera che approvava la proposta del Vescovo di inviare il sacerdote ad orsara, gli consigliava di avere molto a cuore la cura dei fanciulli, degli ammalati e dei vecchi. iniziò il servizio parrocchiale nell'ottobre, del 1904.
Anche la S. Sede volle dargli un attestato di stima con la concessione del titolo di Cameriere Segreto di S. Santità il 10 luglio 1913 e il 23 novembre 1914, maggiordomo  di S. Santità papa Benedetto XV.

d. Teodorico, umile qual'era, non ne fece mai vanto, anzi donava ai poveri tra i poveri anche la sua porzione personale che i fedeli davano per l'Arciprete.

Pur col dolore segreto, di non potrer rientrare nella sua adorata famiglia salesiana e di d. Bosco, ha sempre ubbidito secondo le necessità e richieste del suo Vescovo, unito alla Chiesa, sposa e madre. Dal 1929 e successivamente ne fece richiesta come desiderio, ma vinse la necessità pastorale con cui Mons. Farina lo invitò a restare in diocesi come parroco. Con lettera del 1929 volle ribadire il suo amore filiale e così scriveva: 
"prometto di ubbidire ciecamente e di voler essere l'ultimo di tutti e di lavorare come si addice ad un buon Salesiano. Dalla vendita di un fondo, di mia proprietà, potrò ricavare circa 25.000 L., che consegnerò al Rev. Rettor Maggiore per bisogni della Congregazione quale riparazione al danno recato da me per la lontananza (...) . 

Come epitaffio resta valido ciò che ha scritto Ortenzio  Zecchino:
"La sua eredità forse più significativa: la sincera adesione all'idea della politica come servizio alla collettività".

Come sacerdote dotto e buon pastore

La carità "politica" e l'annuncio del Vangelo senza tentennamenti, la libertà di pensiero, la fede e l'amore per la Chiesa in uscita, come Francesco lottando con e per gli ultimi gli scarti umani del consumismo e degli affari dei poteri, Don Boscia, come il prete di Caltagirono d. Luigi Sturzo, ha incarnato il sogno realizzandolo nella vita: "sognatore e uomo di azione" pastore buono e belle ricco di umanità e carità cristiana".

Ora che D. Teodorico è tornato nella sua Chiesa, col suo esempio orante, con la sua vita eucaristica, gli scritti spirituali e di azione, rappresenterà per le nuove generazioni un faro di luce e di amore nella misericordia.

Fonti storico-documentarie orali, A. Anzivino, Teodorico Boscia, o.c. , 2012. 



La cronaca
Per quattro giorni, da sabato 16 a martedì 19 aprile, Orsara di Puglia con incontri e convegni viene riportata alla luce la memoria del ‘suo’ prete-contadino, Teodorico Boscia.
Il ricco programma, voluto dalla Diocesi di Lucera-Troia, coordinata dal parroco D. Rocco Malatacca e dal vicario D. Stefano Tronco, con il patrocinio e il sostegno dell'amministrazione Comunale di Orsara di Puglia.
Sabato 16 aprile , don Gaetano Squeo ha tenuto una conferenza sulla vita e le opere del parroco che ebbe i natali a Greci il 26 aprile 1868.
Domenica 17 aprile , invece, si è svolta la toccante e l solenne cerimonia della traslazione della salma: alle 17, i resti mortali dell’arciprete Boscia sono stati accolti dal popolo presso la Cappella Calvario. Il Sindaco di Orsara Dott. Tommaso Lecce, nel suo toccante saluto ha ricordato le doti umane e la sintonia della popolazione che dopo 65 anni della sua morte, ritornava accolta dal popolo orante, nella chiesa parrocchiale dove lo aveva visto come pastore buono e forte in difesa degli umili.
Il Sindaco di Greci Arch. Donatella Martino, accompagnata dal vice sindaco e de consiglieri comunali ed una folta rappresentanza della popolazione grecese, ha voluto ricordare la figura del dotto D. Boscia, tra i migliori figli grecesi, attento alle opere della fede e della ricostruzione morale e civile della comunità di Orsara.
L'urna che contiente le spoglie di d. Teodorico, adornata di fiori, è stata trasportata a spalle, lungo il tragitto verso la Chiesa Madre, salutata dalle campane festanti.
Il parroco D. Rocco nel saluto in Chiesa ha ricordato le doti umane, la fede e l'impegno del pastore buono, delineando un sentito profilo biografico dove veniva mutuata la fede del sacerdote e l'azione di carità, riscoprendone anche l'alto valore del servizio della politica e dell'impegno quotidiano: D. Teodorico, ha speso tutte le sue energie di pensiero, di azione, di evangelizzazione e di lotta per il riscatto di tutta la popolazione.
L'urna con le spoglie di D. Teodorico è stata riposta nel pavimento dell'altare di S. Michele, patrono della città, ed unico resto originale delle opere artistiche volute e sostenute da D. Teodorico.
La solenne concelebrazione presieduta da Mons. Vescovo di Ariano D. Sergio Melillo, con i sacerdoti e il parroco di Greci D. Salvatore Oliviero, animata dal Coro polifonico dei S. Patroni di Lucera-Troia, è stato un sussulto orante di ringraziamento per il dono sacerdotale alla comunità orsarese. L'omelia di Mons. Melillo, ha fatto sentire la comunità la vicinanza di un pastore di una chiesa sorella quella di Ariano-Lacedonia, che ha donato un sacerdote come D. Boscia, si è visuto così momenti di autentica comunione nella preghiera tra le chiese sorelle di Lucera-Troia e Ariano-Lacedonia, diocesi che confinano tra loro.
Gli altri appuntamenti continueranno:
Lunedì 18 aprile, alle ore 19, sarà celebrata la messa da monsignor Ciro Fanelli, amministratore diocesano;
martedì 19 aprile, don Salvatore Olivieri, parroco di Greci, in occasione del sessantacinquesimo anniversario della morte, presiederà la S. Messa. In quell'occasione sarà sigillata con l'apposizione della lapide in onore di D. Teodorico Boscia.
IL nome di questo benefattore e parroco D. Boscia, potrà essere occasione di unione tra i due comune di Greci e Orsara di Puglia, auspicando anche lo scambio di iniziative e valorizzazione dei propri territori in un percorso insieme di nuovi orizzonti per le due realtà, che già hanno iniziato a conoscersi e che possono successivamente realizzare un gemellaggio. Di tutto questo D. Teodorico ne sarà contento dal cielo.

Un pensiero di ringraziamento vogliamo esprimere da queste colonne al Prof. Antonio Anzivino, per il suo appassionato e ben documentato libro, che ha fatto da apripista: Teodorico Boscia, Storia di un prete contadino ad Orsara di Puglia, Grottaminarda, 2012, Delta3 Ed., 169 pp. con prefazione del Sen. Ortenzio Zecchino. 



CHI ERA IL ‘PRETE CONTADINO’.
Teodorico Boscia divenne sacerdote il 19 maggio del 1894. Nel 1904 arrivò a Orsara di Puglia dove fu arciprete e parroco fino al 19 aprile 1951. Negli anni ’70, gli anziani che ancora si ricordavano di lui ne parlavano con le lacrime agli occhi.
Divenne segretario locale e vicesegretario provinciale del Partito Popolare Italiano. Il “prete-contadino” capeggiò i cortei dei braccianti per occupare le terre e, rifacendosi alle esperienze di Miglioli con le leghe contadine, fondò la cooperativa agricola “Torre Guevara” guidando 345 contadini a unire le loro forze e ad acquistare i terreni necessari.
Teodorico Boscia fu anche il fondatore del primo asilo per l’infanzia attivato a Orsara di Puglia. L’arciprete venuto da Greci, per 50 anni, incarnò appieno, con straordinaria forza, il ruolo attivo della Chiesa nelle lotte politiche e sociali del ‘900, la figura di un sacerdote coraggioso, capace di sostenere con forza l’aspirazione della povera gente a una vita migliore. 
Faro e guida dell’apostolato di Boscia furono l’enciclica Rerum Novarum di Leone XII, le teorie politiche e sociali di don Luigi Sturzo, l’amore per i giovani e la passione politica. Anima del Partito Popolare, convinto antifascista, prete contadino, Teodorico Boscia deve la sua grandezza alla fede, alla tenacia e alla passione con cui condusse le sue battaglie religiose, politiche, economiche e sociali non per la difesa di sterili principi, ma per l’affermazione di iniziative concrete a vantaggio delle classi più umili. 
Non è stato soltanto un uomo di fede, ha trovato nella lotta per l’emancipazione dei contadini il carattere profondo della sua missione sacerdotale. Teodorico Boscia è stato una guida e un precursore del mondo cooperativistico di Capitanata.
Negli anni della seconda guerra mondiale, il suo impegno di cristiano e di antifascista aiutò e diede conforto a moltissime persone. Con la fine della guerra, Teodorico Boscia si mise al servizio della ricostruzione morale e materiale della terra che amava. (Fonte Comune di Orsaradi Puglia).

Tra i meriti culturali, vogliamo solo ricordare i forbiti articoli pubblicati su CIVILTA' CATTOLICA, dove non mancò di dare il suo valido e puntuale contributo di studi e di riflessioni.
Dopo 65 anni, il 17 aprile 2016, D. Teodorico ritorna nella sua amata chiesa parrocchiale, dove da “buon e bel pastore” vigilerà e difenderà la sua gente e spronerà i giovani ad impegnarsi nella scelta cristiana di nuova evangelizzazione.



Giovanni Orsogna