mercoledì 30 giugno 2010

Letture: Pierfranco Bruni racconta 'L'avventura arbereshe, il mediterraneo vissuto

Pierfranco Bruni racconta 'L'avventura arbereshe, il mediterraneo vissuto'PDFStampaE-mail
martedì 10 giugno 2008
di GERARDO PICARDO 
È un viaggio cominciato molti anni fa. Il tempo ha lasciato segni che toccano l'anima e incidono realtà. In L'avventura arbereshe, il Mediterraneo vissuto (ed. Iral, Taranto, inf. micolcultura@alice.it), Pierfranco Bruni raccoglie riflessioni sulla cultura italo-albanese, convinto che nella storia dei popoli il Mediterraneo sia sempre più asse, non solo geografico ma esistenziale. Un Mediterraneo che significa, tra l'altro, penetrare la coscienza di un popolo e di una etnia che ha le sue radici nell'Adriatico, perché ''Mediterraneo ed Adriatico sono ormai un costante incontro''.

Bruni lavora tra i ricordi di casa e le sfide dell'oggi: ha radici arbereshe, lo studioso. Discende da nonna paterna di Spezzano Albanese (Cs), nasce a S. Lorenzo del vallo (Cs), paese ex-arbereshe, vive a Carosino (Ta), paese ex-arbereshe. Il suo è un destino segnato. Quello di uno studioso, responsabile del progetto sulle Minoranze etno-linguistiche del MiBAC, che è un 'arbereshe di fatto'.
Ammira questo mondo, lo scruta, scrive di emozioni e folklore, di letteratura e lingua. Un itinerario profondo, che va dai canti bizantini alle valljie, dai beni culturali e paesaggistici al cuore delle culture, riflette su molte intuizioni di Agostino Giordano e Pio Rasulo ma poi sceglie un approccio proprio che ha dato prova di sé sulla rivista 'Jeta Arbereshe'.
Perché ''una lingua e una cultura si tutelano non facendo soltanto 'accademia' ma penetrando vissuti''. Questo è perciò un libro a mosaico, dove ''il senso delle radici, che la letteratura pone come premessa, è un tangibile raccordo tra memoria e presente''. Significa leggere le distanze con il passato attraverso una riappropriazione, in termini letterari, di modelli di civiltà. Una delle componenti importanti di questo sistema antropologico è il paese, che si caratterizza per la 'gjitonia', ovvero con il vicinato. La comunanza è anche appartenenza e identità.
La cultura arbereshe, rimarca Bruni, ''insiste su due parametri che restano fondamentali: il ricordare e il ritornare. Come tutte le culture che hanno vissuto lacerazioni e diaspore, gli effetti si ascoltano nella sottolineatura di una profonda malinconia''. Si racconta di Sibari e della Magna Grecia, prima di tutto. Un mondo mai scomparso e che continua a vivere nei modelli arbereshe, dove ''le colline albanesi si intrecciano con le donne sibarite'', perché ''il sentimento delle radici è un codice che non si dimentica''.
Bruni è certo un letterato, ma in questo contributo il lettore scopre anche la riflessione di un antropologo attento alla ricchezza della diversità linguistica. E l'arbereshe ''non è una lingua in estinzione. Non viene dal silenzio e non è destinata al silenzio. Anzi, questa cultura, in un intreccio territoriale e storico, è una cultura della ricchezza, che va riconsiderata e proposta come reale patrimonio che unisce eredità e futuro''. Nel Mediterraneo i paesi frontalieri raccontando una loro eredità, senza ritualità magica, piuttosto incrocio fecondo di Oriente e Occidente. E' una letteratura che sa narrare esperienze di mare e di terra, segmenti bizantini e intagli di civiltà arbereshe intrise di radici religiose.
Come accade a Greci, nella verde Irpinia, paese arbereshe, dove ''le case racchiuse in una mano hanno odore di Mediterraneo e di Albania. Corridoi tra i vicoli. La gente sa guardare negli occhi ed ha carenze antiche. Una danza nelle parole. Un tintinnio di suoni''. Sono case di pietra, un susseguirsi di angoli che tagliano strade. Vi si cammina a passo, piano piano. Malinconia nelle voci, mentre la protettrice è la Madonna di Caroseno, giunta a Greci con gli albanesi in fuga: ''Sembra un sogno ma questo paese è realtà. Scanderbeg è nella coscienza di questo mondo contadino che offre senza timore una identità sommersa. Non ci sono statue o busti -sottolinea Bruni- L'eroe albanese è' nella loro storia. E' nel loro raccontare origini e destino. Greci non è un popolo in fuga. È una civiltà che resiste''. Umanità profonda nella storia di un popolo. Un paese di infanzia e di favole dimenticate.
C'è una tradizione che si fa memoria soltanto nel pensare a un tempo che non c'è più. C'è una tradizione che vive il presente traslocando il quotidiano in un gioco di specchi che lo si vorrebbe far attraversare da piccole e grandi nostalgie. C'è una tradizione che vive di simboli e identità, e cerca di proiettarli oltre il buio. Le radici sono il portato di esigenze e sentimenti. Ma c'è anche un'altra dimensione che si staglia forte da queste pagine: il Mediterraneo delle minoranze. Sono le minoranze che vengono dal mare e altre stanziate nei territori, come una pelle sul verde di altre terre ricche di diversità e storia. Geografie di incontro. Intrecci non monolitici ma a mosaico, a raggiera, una risorsa di modelli perché l'etnia non è folclore, né una semplice sagra di paese. È invece quotidianità, scelte, uomini e donne: "In Italia, cerniera del Mediterraneo, il rapporto tra etnia e lingua costituisce un andare nel di dentro di quelle radici che sono testamento, per un passato che non si dimentica e per un futuro che chiede alla memoria atti di consapevolezza".
E ha ragione Bruni a notare: questo è il Mediterraneo "che non si concede ad una chiusura, ma sottolinea esperienze di contatti con civiltà oltre frontiera. La ritualità e la tradizione sono delle costanti. Il ballo tondo, nella cultura albanese e arbereshe, è il ballo tondo raccontato dalla Deledda", come i racconti e le leggende del provenzale Mistral hanno un profondo radicamento popolare. L'etno-storia passa per l'umanità, per migliaia di meravigliose contaminazioni che si hanno espressione e poesia, favola e carne. Contatto vivo "tra la terra pesante, che arde e racchiude, e il mare che apre orizzonti e si fa viaggio. Il Mediterraneo è una chiave di lettura che invita ad andare oltre. Ci sono diversi Mediterranei, in un confronto serio tra tradizione, memoria, identità e radici che non possono gelare. Un altro libro importante di uno studioso profondo.
Da quanto tempo conosco Piero? Una vita. Ha scritto libri profondissimi, che porto nel cuore e mi fanno ogni giorno compagnia. I suoi racconti del nostro Sud sono anche i miei, sono i nostri morti che portiamo appesi al collo e ci cercano senza che siamo noi a chiamarli. Sono le donne cantate da Piero, quelle sottane che abbiamo amato e perso, c'è il vento che soffia su una spiaggia "in un mare d'inverno. Qui è sempre un mare d'inverno". Lo rivedo oggi, Piero, la sua sciarpa fucsia e il passo sempre pensoso. Fumiamo una Camel light parlando di libri e progetti, lui gioca con mia figlia che gli corre incontro. Abbiamo entrambi un sorriso pensoso, ci illudiamo ancora che qualcuno abbia bisogno di noi. Piero è uno dei miei tre amici. Non saprei pensare il domani senza i suoi scritti.

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